Ancora un inizio

Se dovessi spiegare razionalmente per quale motivo mi trovo per la seconda volta in Francia, stenterei un po’ a farmi capire.

Non vado matto per la Francia; anzi, come quelli che mi conoscono sanno, tendo a malsopportare i francesi. I parigini, poi, so per esperienza che sono intollerabili. Sono stato in Erasmus un anno a Parigi e mi è piaciuta moltissimo, ma i miei rapporti con i francesi si sono limitati al minimo indispensabile: buongiorno, buonasera, buon coraggio. “Bon courage” è la versione francofona di “buona fortuna”, e oltre a non contenere nemmeno il minimo indizio di scaramanzia mediterranea per l’orecchio italiano suona anche in maniera vagamente persecutoria: fatti coraggio, ne avrai bisogno.

Eppure, i disegni mediamente intricati del mio destino mi hanno portato per la seconda volta oltralpe (come da url). “Oltralpe” è un altro concetto affascinante, perché qui, in Francia, i “cousins d’outre-Alpes” siamo chiaramente noi. E quest’idea della prossimità lontana e della distante parentela con l’altro si dipana quindi in maniera ammirabilmente speculare, marcando non solo un confine fisico e territoriale, ma anche una certa comunanza di spirito, pacatamente malsopportata come solo nei migliori campanilismi regionali.
Un altrove, insomma, ma un altrove che contiene in sé più di un germe del qui. Si aggiunga a questa condizione doppia il fatto che stavolta non mi è toccata in sorte Parigi, ma un’amabile cittadina che a quel confine è vorticosamente vicina. Sono in Savoia, in una condizione fisicamente e culturalmente liminale, tanto a livello collettivo (Piemonte e Valle d’Aosta sono dietro l’angolo) quanto personale (la maggior parte delle mie occupazioni è e sarà, almeno nel prossimo futuro, ancora collegata all’Emilia). Liminale e peculiare, perché sono a ridosso della montagna e la gente di montagna fa sempre un po’ caso a sé (e mi si perdoni il luogo comune).

Questa condizione, liminale e peculiare, è un po’ la stessa che vorrei trasporre qua. Parlerò un po’ di me, di quello che mi succede e di quello che ho intorno - un uso privatistico del blog come diario personale che pochissimi continuano a fare negli ultimi cinque anni, senz’altro perché è veramente difficile tenersi così vicini al proprio campanile e restare interessanti per gente che non ti conosce e ha di meglio da fare nella vita che telefonarti e chiederti come stai (ci riuscirò? Non ne ho idea).
Contemporaneamente, da quando ho pensato a riaprire uno spazio in cui scrivere (e complici le numerose attività interessanti dalle otto di sera in poi in questo locus amoenus: cioè NESSUNA), inizialmente con la sola idea di far sapere agli amici lontani che stavo facendo, ho anche ripreso a leggere cose su internet con una frequenza che recentemente avevo perso. Mantenere un contatto con l’universo delle cose che mi interessano sul web, e mantenerlo in un equilibrio accettabile che non sia né la vita parallela cui mi sono dedicato in passato (ma ero giovane, capita), né il sostanziale disinteresse di tempi più recenti, mi sembra una cosa desiderabile. E questo passerà senz’altro attraverso un uso del tumblr come mediazione e contenitore di tutte le cose che reputerò interessanti - quindi attraverso un numero di parole sensibilmente inferiore a questo.

Non lo so se la premessa meta- sia venuta tollerabile. Mi sembra, mi si perdoni il meta- del meta- (sono un po’ il Community dei blogger, ma con più creepiness e meno risate), di avere problemi, dopo la tesi, a scrivere ancora con leggerezza. Il che apre all’ultimo punto: esprit d’escalier. Si dice che Diderot (lo dice lui stesso, e soprattutto lo dice wiki, quindi è vero per definizione), durante una serata a casa di un amico, di fronte ad un paragone ironico tra Sedaine e Voltaire rimase senza parole e non fu capace di replicare. La risposta non gli venne che scese le scale, quando era in procinto di andarsene.
Lo “spirito della scala” è proprio questo, la condizione per cui la frase giusta ti viene sempre in mente un momento dopo. Io adesso questo primo post lo pubblico così, perché tanto in qualche modo bisogna pur rompere il ghiaccio (vista la scorrevolezza del post, temo non sarà l’unica cosa che romperò). Batto un colpo e faccio sapere che ci sono.

Però sono sicuro che mi verrà in mente un altro modo in cui avrei potuto farlo, un modo assolutamente migliore. Dopo.

Postilla (e no, non lo faccio per ridere): mi è appena venuto in mente che potrei semplicemente tenere questo blog come appendice personale dell’altro, separando le due cose in modo da non creare un collage eccessivamente schizofrenico.
Se non altro so di aver scelto il nome giusto.